L’importanza e i vantaggi nell’insegnare ai bambini il gallo-italico

La ricerca dimostra che il bilinguismo infantile non provoca danni, può al contrario comportare notevoli benefici cognitivi, specialmente se il bambino è esposto a entrambe le lingue dalla nascita nella prima infanzia e se continua a praticarle entrambe.


 Un cervello, due lingue: vantaggi linguistici e cognitivi del bilinguismo infantile

Il mantenimento della diversità linguistica, in Italia e nel resto dell’Europa, dipende dalla trasmissione delle lingue da una generazione alla successiva. Capire e incoraggiare il bilinguismo nei bambini è una componente essenziale di questo processo. Gli interventi legislativi a favore delle lingue minoritarie, per quanto tempestivi ed efficaci, non possono compensare il fatto che queste lingue vengono parlate da un numero decrescente di famiglie. E’ importante quindi avere una corretta informazione sui fatti del bilinguismo: capire quali sono i pregiudizi comuni nei confronti del bilinguismo, quali sono i vantaggi che esso invece comporta per il cervello del bambino bilingue, e in che modo il bilinguismo precoce può offrire un contributo vitale al mantenimento delle lingue minoritarie.

Crescere con due lingue viene ancora considerato fuori dalla norma nelle nostre società, e il bilinguismo è spesso circondato da pregiudizi e disinformazione. Molti credono ancora che imparare due lingue richieda uno sforzo cognitivo per il cervello del bambino piccolo, o che due lingue tolgano spazio e risorse allo sviluppo cognitivo generale. Queste opinioni sono spesso alla radice delle decisioni prese dalle famiglie, dagli insegnanti e dai politici, e quindi finiscono per influenzare la vita stessa dei bambini che avrebbero l’opportunità di crescere bilingui. Molti genitori, pur volendo che i loro figli parlino due lingue, sentono dire che l’esposizione a due lingue causa problemi e quindi accantonano il progetto del bilinguismo ancor prima di averlo veramente sperimentato; oppure decidono che sia meglio aspettare per parlare una delle lingue fino a quando la prima lingua si è ‘stabilizzata’, per poi scoprire con amarezza che è troppo tardi, o troppo difficile, introdurre la seconda lingua. Se i genitori invece riescono a stabilire un ambiente bilingue per i figli in età prescolare, può accadere che, una volta iniziata la scuola, gli insegnanti attribuiscano al bilinguismo la responsabilità di eventuali problemi scolastici. In questa situazione molte famiglie sono tentate di abbandonare l’educazione bilingue, nonostante funzioni, e di cercare di ristabilire un ambiente monolingue per risolvere il problema.

A questi pregiudizi negativi nei confronti del bilinguismo a volte si contrappongono idee di segno opposto, ma anch’esse dovute a mancanza di informazione: ad esempio, la convinzione che il bilinguismo sia la conseguenza spontanea ed inevitabile del fatto che i genitori parlano due lingue diverse. Le famiglie potrebbero così credere che basti parlare ognuno nella propria lingua, magari un’ora al giorno, per garantire lo sviluppo bilingue, salvo poi accorgersi che il bambino non parla la lingua minoritaria. Diffusa è anche l’idea che il bilinguismo infantile sia sì utile, ma soltanto se entrambe le lingue sono a larga diffusione, e che quindi non valga la pena che il bambino impari una lingua minoritaria usata da un gruppo relativamente ristretto di parlanti. In molti casi, questo è uno di motivi del declino delle lingue di minoranza nelle ultime due generazioni.

La ricerca recente sul cervello bilingue ha contribuito non solo a sfatare i pregiudizi negativi sul bilinguismo, ma anche a dimostrare che lo sviluppo bilingue nei bambini comporta molto di più della conoscenza di due lingue: in aggiunta a benefici ben noti, come l’accesso a due culture, la maggiore tolleranza verso le altre culture, e gli indubbi futuri vantaggi sul mercato del lavoro, il bilinguismo conferisce benefici molto meno conosciuti, ma forse anche più importanti, sul modo di pensare e agire in diverse situazioni.

Per comprendere questi effetti del bilinguismo bisogna innanzitutto partire dal presupposto che il cervello è perfettamente in grado di ‘gestire’ due o più lingue simultaneamente fin dalla nascita. Basta pensare che in molte parti del mondo è perfettamente normale crescere multilingui, e semmai è il monolinguismo a rappresentare l’eccezione. Inoltre, il cervello ha la massima ricettività nei confronti del linguaggio nei primi anni di vita: i bambini, infatti, imparano qualsiasi lingua, o varietà di lingua, senza sforzo, esattamente come imparano a camminare. Il bilinguismo infantile è quindi diverso dall’apprendimento di una seconda lingua in età adulta: è un processo spontaneo che ha luogo se il bambino ha abbastanza opportunità di sentire le lingue e sufficiente motivazione ad usarle.

L’esperienza di gestire due lingue fin dall’infanzia si riflette in una serie di effetti positivi in ambiti sia linguistici che non linguistici. Uno di questi effetti è una maggiore conoscenza spontanea della struttura del linguaggio. I bambini bilingui ‘notano’ intuitivamente la struttura e il funzionamento delle lingue. I genitori spesso osservano come i figli bilingui ‘giochino’ con le lingue, mescolando gli accenti o provando traduzioni impossibili (e a volte comiche) da una lingua all’altra. Inoltre, i bambini bilingui hanno una maggior abilità di distinguere tra forma e significato delle parole: questo è in parte dovuto al fatto che possiedono due vocaboli per lo stesso referente e due modi di esprimere lo stesso concetto. In parte grazie a questa maggiore abilità metalinguistica, molti bambini bilingui imparano a leggere prima dei monolingui: questa abilità di lettura precoce, che è stata riscontrata in particolare nell’apprendimento dei sistemi di scrittura alfabetici, deriva dal fatto che i bilingui sono facilitati nel riconoscimento del sistema di corrispondenza tra lettere della lingua scritta e suoni della lingua parlata. Inoltre, la conoscenza intuitiva della struttura delle lingue avvantaggia i bambini bilingui nell’apprendimento di una terza o quarta lingua, come viene spesso osservato sia dalle famiglie che dagli insegnanti.

Un altro beneficio poco noto del bilinguismo è una maggiore e più precoce consapevolezza che altre persone possono vedere le cose da una prospettiva diversa dalla propria. Questo ‘decentramento cognitivo’, conosciuto dagli psicologi come ‘teoria della mente’, viene normalmente raggiunto dai bambini bilingui circa un anno prima di quelli monolingui. Il vantaggio sembra essere collegato alla pratica costante di valutare la competenza linguistica dell’interlocutore per adattare la scelta della lingua al tipo di persona con cui si parla (cioè se questa sia monolingue in lingua A, monolingue in lingua B, oppure bilingue in A e B).

I benefici cognitivi più generali, e meno conosciuti, del bilinguismo, riguardano il controllo esecutivo sull’attenzione. La ricerca ha dimostrato che i bilingui sono di solito avvantaggiati, rispetto ai coetanei monolingui, nel passaggio rapido da un compito ad un altro quando entrambi i compiti richiedono attenzione selettiva e capacità di ignorare fattori interferenti. Le differenze tra monolingui e bilingui persistono in età adulta e sono state riscontrate anche negli adulti che sono cresciuti con due lingue dall’infanzia.

 

Qual’è il legame tra il bilinguismo e il controllo esecutivo? Il fattore principale è che le due lingue dei parlanti bilingui sono sempre attive simultaneamente nella mente. I bilingui quindi sviluppano un meccanismo di inibizione che consente loro di mantenerle separate, in modo tale da limitare l’interferenza della lingua non in uso su quella in uso. Quindi l’esperienza constantemente ripetuta di inibire una lingua quando si parla l’altra si riflette in altre attività che richiedono attenzione e controllo esecutivo, potenzialmente migliorando l’abilità di eseguire più compiti cognitivi contemporaneamente o in rapida successione.

Alcuni risultati preliminari suggeriscono che alcuni di questi vantaggi cognitivi vengono mantenuti nella terza età, proteggendo in qualche modo i parlanti bilingui dal declino delle funzioni cognitive che in genere accompagna l’invecchiamento e ritardandone i sintomi. E’ importante notare che se i benefici del bilinguismo derivano dalla pratica costante di inibire una lingua mentre viene usata l’altra, questo avviene in tutti i bilingui, indipendentemente da quali lingue parlino.

Non esistono quindi lingue ‘inutili’, e risulta evidente quanto sia vantaggioso l’apprendimento delle lingue minoritarie. Una delle preoccupazioni più comuni delle famiglie bilingui è che i bambini confondano le due lingue e che finiscano per non parlarne bene nessuna, in particolare la lingua di maggioranza. La ricerca recente ha completamente screditato questa idea. Usando nuove tecnologie in grado di misurare se i bambini riescano a distinguere stimoli diversi nei primi mesi di vita, i ricercatori hanno scoperto che le capacità percettive dei bambini, sia monolingui che bilingui, sono molto sofisticate anche nel periodo neonatale. In generale, tutti i bambini sanno riconoscere i suoni della propria lingua molto prima di iniziare a parlarla. I bambini bilingui di pochi mesi distinguono foneticamente e ritmicamente le loro due lingue (anche se sono simili, come lo spagnolo e il catalano) e le differenziano da altre lingue non conosciute.

Questo breve riassunto della ricerca dimostra complessivamente che il bilinguismo infantile, lungi dal provocare danni, può al contrario comportare notevoli benefici cognitivi, specialmente se il bambino è esposto a entrambe le lingue dalla nascita nella prima infanzia e se continua a praticarle entrambe. Ne consegue che non ha senso aspettare che una delle lingue si sia ‘stabilizzata’ prima di introdurre la seconda, come credono molti genitori, in quanto questo priva il bambino dell’input in quella lingua proprio nel periodo piu’ ricettivo.

Un discorso a parte merita l’atteggiamento delle famiglie e della società nei confronti del bilinguismo e in particolare del valore delle lingue minoritarie. I bambini sono sensibili alle attitudini familiari e sociali verso la lingua e si rendono facilmente conto se una lingua viene considerata poco importante. E’ quindi fondamentale, al fine di creare un terreno fertile al conseguimento dei benefici cognitivi del bilinguismo, che entrambe le lingue siano apprezzate dalla famiglia e dalla comunità. Questo comporta uno sforzo per rendere il bambino consapevole che entrambe le lingue si possono usare in tutte le situazioni e che entrambe vengono parlate da molti altri parlanti e non soltanto in famiglia.

E’ altrettanto importante sapere che avere i genitori che parlano lingue diverse non garantisce, di per se stesso, il bilinguismo: i bambini hanno bisogno di sentir parlare entrambe le lingue in misura sufficiente. Se è vero che tutti i bambini imparano una lingua in condizioni normali, per impararne due essi hanno bisogno di frequenti opportunità di uso, tramite rapporti interpersonali anzitutto, ma anche tramite libri, video, giochi, e altri materiali che possano essere non solo una fonte di input ma anche un incentivo per il bambino a parlare la lingua. Questo vale soprattutto per una lingua minoritaria, dato che l’acquisizione dell’altra lingua (quella di maggioranza) è normalmente garantita dal fatto che il bambino vive nel paese che la usa come lingua standard.

Non esiste un singolo metodo che funziona per tutti: il cosiddetto metodo ‘un genitore-una lingua’, forse il più conosciuto, non è l’unico che possa essere adottato perchè ve ne sono altri (per esempio, solo lingua minoritaria a casa e lingua di maggioranza fuori casa, o viceversa) che si adattano meglio ad altre famiglie. Qualsiasi metodo funziona se riesce a fornire abbastanza input in entrambe le lingue, in situazioni in cui le lingue vengono valorizzate e il bambino si sente motivato ad usarle.


L’uso veicolare delle lingue minoritarie a scuola ha non soltanto l’effetto di aumentarne il prestigio, come dimostrato dai dati emersi dall’inchiesta di Gabriele Iannaccaro, ma comporta l’ulteriore vantaggio di fornire ampie opportunità di esposizione all’input in queste lingue. E’ difficile sopravvalutare l’importanza della diffusione di una corretta informazione sul fatti e i benefici del bilinguismo. A Edimburgo ci siamo recentemente fatti promotori di un servizio di divulgazione, Bilingualism Matters, che mira a aumentare la conoscenza e la consapevolezza dei vantaggi del bilinguismo infantile, in particolare quelli cognitivi che sono pressochè sconosciuti al di fuori della ricerca accademica. Il servizio offre seminari a vari settori della comunità e materiali divulgativi in un sito web; si occupa di vari tipi di bilinguismo, incluso quello introdotto dall’immigrazione e quello che coinvolge le lingue minoritarie autoctone, come il gaelico. Il grande successo di questa iniziativa è un segnale esplicito di quanto possa essere importante l’informazione tra i genitori, gli insegnanti, gli alunni, ma anche tra gli amministratori e i politici.

La nostra esperienza dimostra che tutti questi gruppi si sentono incoraggiati a perseguire lo scopo di un bilinguismo attivo, una volta venuti a conoscenza dei benefici che l’educazione bilingue comporta. In diverse località si stanno sviluppando iniziative analoghe da parte di persone coinvolte nelle realtà linguistiche locali, e quindi maggiormente capaci di adattare il messaggio alle loro specifiche circostanze.

In conclusione, qualunque intervento legislativo a sostegno e tutela delle lingue minoritarie che ne (ri)valuti la funzione comunicativa è in accordo (almeno implicito) con i risultati della ricerca linguistica e cognitiva sul bilinguismo infantile, ma troverebbe un terreno più fertile se venisse accompagnato da interventi tesi a diffondere nelle comunità la conoscenza e la consapevolezza dell’importanza del
bilinguismo in lingua minoritaria per la mente del bambino.
Il messaggio da trasmettere urgentemente è che la possibilità di far crescere i propri figli bilingui, nelle comunità dove si parlano lingue minoritarie, è un’occasione preziosa da non sprecare.

di Antonella Sorace, Università di Edimburgo
(un ringraziamento al Prof. Pino Foti per aver reperito questo documento) 

Bibliografia
Bialystok, E. 2001. Bilingualism in Development: Language, Literacy, and Cognition. Cambridge: Cambridge University Press.
Grosjean. F. 1982. Life with Two Languages. Cambridge, MA.: Harvard University Press.
Grosjean, F. 2010. Bilingual: Life and Reality. Cambridge, MA: Harvard University Press.
Sorace, A. and Ladd, D.R. 2004. Raising bilingual children. Linguistic Society of America: http://www.lsadc.org/info/pdf_files/Bilingual_Child.pdf.

Commenti

  1. Bruno Di Bartolo (with Facebook)6 dicembre 2012 12:54

    Quando mio papa, Salvatore Di Bartolo ("Camarrètta" per "l''ungiur'a" è arrivato in Francia nel lontano 1956, ci ha bastato soltanto una settimana (grazie al sanfratellano) per capire il francese senza averlo studiato a scuola. Lo parlava benissimo, e non col accento italiano. Questo fu possibile grazie alla sua lingua materna il sanfratellano.

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  2. Filadelfio Crivillaro (with Facebook)6 dicembre 2012 17:50

    Verissimo... constatato personalmente...!!!

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  3. Ciao Carmelo, grazie a te per avergli dato eco.

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  4. Carissimo Carmelino,
    ti ringrazio per aver pubblicato l'interessantissimo articolo. Spero che tale testimonianza possa essere d'aiuto alle famiglie sanfratellane che, rassicurate e senza più dubbi, possano ricominciare ad insegnare ai propri bambini il nostro meravigioso galloitalico.
    Un caro saluto - Carmelo Faranda

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  5. Condivido in toto il contenuto dell’articolo della Prof. Antonella Sorace. Per quanto mi riguarda, sono stato facilitato nell’apprendimento delle lingue, classiche e moderne, proprio dal fatto di essere nato nell’isola alloglotta di San Fratello.
    Mi complimento con gli amici Pino Foti per aver proposto l’articolo e Carmelo Emanuele per averne data diffusione. Questo significa fare Cultura.
    Benedetto Di Pietro

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  6. Qui Firenze.
    Da San Fratello mi è giunta una forte eco, costante e veritiera, dolcemente musicale. Si tratta della risonanza di quest’articolo che tu, Carmelo, hai voluto suscitare per la divulgazione del bilinguismo italo-gallico «du nasc pais» Sanfrareu.
    Io, che il dialetto sanfratellano non l’ho mai parlato ma l’ho sempre capito a dovere per essere figlio di entrambi genitori sanfratellani residenti in Acquedolci e, che da fanciullo trascorrevo le vacanze estive dagli zii-padrini – Sanfrardei. Frequentando altri ragazzi del luogo captavo tutte le voci dialettali ed i loro significati, assumendone l’intonazione. Questo, nella vita, mi è stato molto utile poiché il mio parlare era scevro da intonazione dialettale. Anche a scuola, un giorno, la professoressa di italiano ebbe a dirmi:
    “Emanuele ! Lei, dove ha vissuto prima ancora di risiedere qui ? E continuò: Lei non ha l’accento dialettale siciliano così come tutti. Ebbene io non mi ero mai mosso dal quel fazzoletto di terra triangolare che ha per vertici: Sant’Agata, San Fratello, Acquedolci.
    Capii il perché, camin facendo, allorquando qui, in questa terra dell’Alighieri, la gente si meravigliava che un meridionale, un siciliano, parlasse senza inflessioni dialettali.
    Erano le mie radici sanfratellane ad avermi dotato di questa intonazione vocale.
    Grazie ! Carmelo per questa risonanza da − Orecchio di Dionisio − che hai voluto dare a quest’articolo.
    Salvatore Emanuele

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